Europa a trazione tedesca (riluttante)
Non più di un anno fa, i politici europei ritenevano la creazione dell’Unione bancaria “una priorità”. Era con senso di urgenza – data la pressione dei mercati – che si cercava una soluzione per mettere in sicurezza le banche (e i loro risparmiatori) da eventuali e tuttora probabili fallimenti; senza che fossero i contribuenti a pagare, com’è stato in passato. Da allora i progressi sono stati minimi. Il 28 giugno scorso, il Consiglio europeo ha raggiunto un accordo di massima sul “meccanismo di risoluzione” delle banche, ma questo entrerà in vigore nel 2018; per la Banca centrale europea dev’essere funzionante entro il 2016, se non prima. Il processo è più lento del dovuto.
10 AGO 20

Non più di un anno fa, i politici europei ritenevano la creazione dell’Unione bancaria “una priorità”. Era con senso di urgenza – data la pressione dei mercati – che si cercava una soluzione per mettere in sicurezza le banche (e i loro risparmiatori) da eventuali e tuttora probabili fallimenti; senza che fossero i contribuenti a pagare, com’è stato in passato. Da allora i progressi sono stati minimi. Il 28 giugno scorso, il Consiglio europeo ha raggiunto un accordo di massima sul “meccanismo di risoluzione” delle banche, ma questo entrerà in vigore nel 2018; per la Banca centrale europea dev’essere funzionante entro il 2016, se non prima. Il processo è più lento del dovuto. Manca soprattutto un’autorità centrale in grado di dirigere questi “fallimenti”. La Germania osteggia una regia della Bce e subordina l’Unione bancaria a una modifica dei trattati che sarebbe ben più macchinosa delle trattative viste finora; servirebbero anni. Berlino esercita la sua egemonia, ma in maniera riluttante a prendere il comando dell’Unione europea. I sostenitori di questa tesi ritengono che, nel caso, la Germania di Angela Merkel si muoverà solo dopo le elezioni tedesche del 22 settembre. Chi si contrappone a questa visione dice che la Germania ha già fatto ampie concessioni ai paesi del sud e, per giunta, si è incaricata di sostenere le economie più dissestate in deroga al protocollo brussellese (per esempio i finanziamenti della cassa depositi tedesca diretti alle imprese spagnole a corto di credito bancario).
Ieri la Troika ha sbloccato 8 miliardi di euro in nuovi aiuti alla Grecia. Dall’Eurogruppo, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble fa sapere che “non ci sarà un’evoluzione drammatica” della situazione “nei prossimi mesi”, mentre il suo omologo francese Pierre Moscovici vede “le basi per un accordo politico” sugli aiuti ad Atene. Da un lato, la Germania ha fatto (e fa) ampie concessioni al sud, ma nel frattempo sta bloccando l’idea, decisiva e divisiva, dell’integrazione del sistema bancario. Dall’altro, i paesi dell’euro-Med continuano a traccheggiare sulle riforme fiscali, del lavoro e del welfare, sebbene abbiano già ricevuto sia gli aiuti economici sia il tempo necessario per “aggiustarsi”, faceva notare ieri il Wall Street Journal. Tra l’egemone riluttante e il sud titubante, c’è dunque il rischio che il progetto dell’Unione bancaria vada ben oltre la rielezione di Merkel (i “nein” tedeschi resteranno), ma la “posta in gioco – ha detto ieri Draghi al Parlamento Ue – è troppo alta per dei ritardi”. La ristrutturazione del sistema creditizio, fusioni e accorpamenti compresi, è appunto urgente: crescono i crediti deteriorati nei bilanci bancari e si restringerà ancora di più la capacità degli istituti di fare prestiti. Per quanto tempo tutto ciò sarà sostenibile?